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venerdì 20 ottobre 2017

LA BIBLIOTECA DI BABELE — il Blog di Francesco Feola

Francesco Feola

Francesco Feola, cilentano di Ascea, da anni è emigrato a Pisa (per studio, per amore, raramente per soldi), dove si è laureato in Lingua e Letteratura Italiana, e dove ora è Dottorando di Ricerca in Studi Italianistici. Legge tanto e talvolta scrive qualcosa che lo soddisfa, strimpella una vecchia chitarra classica e come mentore di Pisa CoderDojo cerca di insegnare ai bambini a programmare.

​L’alluvione di Firenze in un’epifania

di Francesco Feola - mercoledì 23 novembre 2016 ore 07:45

Il soffio del mantice (Manni) è la raccolta poetica di Carlo Carnevali, premiata come migliore opera prima alla sessantesima edizione del Premio Nazionale Letterario Pisa, prestigioso riconoscimento per la narrativa, la poesia e la saggistica che nel corso degli anni ha visto vincitori nomi illustri del calibro di Dario Fo, e che quest’anno è stato conferito, tra gli altri, a Romano Luperini, Ezio Mauro e Zygmunt Bauman.

Alla cerimonia di premiazione, che si è svolta lo scorso 29 ottobre nella sala Titta Ruffo del Teatro Verdi, ho partecipato anch’io con grande emozione, in particolare lasciandomi commuovere dalle parole di Luperini il quale, dopo aver ritirato il premio per il suo romanzo La rancura (Mondadori), ha parlato del suo personale rapporto con la letteratura, prima da critico e ora da narratore, soprattutto dopo la grave malattia di cui porta i segni.

Mi sono quindi intrattenuto con alcuni dei premiati per complimentarmi, tra cui Sergio Givone, professore dell’Università di Firenze insignito della medaglia d’onore dal comitato promotore del premio, e appunto Carlo Carnevali, che mi ha colpito per la gentilezza dei modi e del parlare, e un’eleganza per nulla ricercata, semplice, vera, conquistata nel corso di una vita. Le mie parole sull’importanza della poesia nella nostra società, che agisce in maniera forse lenta e non subito manifesta, ma più efficace di tanti altri palliativi, devono averlo convinto, e per tutta risposta non ha esitato a regalarmi una copia della sua raccolta. “A Francesco che ama la poesia” la sua dedica.

A dispetto del titolo, che nulla lascia trasparire sul contenuto, vi si legge il punto di vista del tutto disincantato di un 75enne che, dopo aver condotto per molti anni la sua famosa galleria antiquaria a Firenze, ritrovo di artisti e letterati, vive ritirato a Sticciano, nella Maremma toscana (bellissima, tra l’altro, la poesia eponima che dipinge questa frazione di Roccastrada, in provincia di Grosseto, e che, con la sua Fonte Vecchia, mi ha ricordato tanto la mia Ascea, in provincia di Salerno).

Prorompe con forza dalla pagina il lento degrado della vita, che affiora ogni giorno in un corpo divenuto irriconoscibile, nelle abitudini giornaliere sempre uguali, nei vari acciacchi legati all’età e nella fine avvertita sempre più vicina (ma l’interessante introduzione di Stefano Carrai, professore dell’Università di Siena, farà molta più chiarezza). Tutto questo suona per me come un pedagogico memento mori, parole da leggere e rileggere nel corso del tempo, quando magari anch’io, come si descrive Carnevali, giacerò “acconchigliato nella mia vita. / Povero paguro timoroso del fato” (Acconchigliato), o quando forse anch’io condividerò la sua disillusione dicendo “Ho già mangiato il futuro, / e con esso la prospettiva di un mondo migliore” (Tedio). Ma non ancora. Non adesso.

Molte poesie scaturiscono da momenti epifanici, ossia da particolari quotidiani, familiari e in apparenza privi di significato che fanno rivivere all’autore ricordi assopiti. E forse davvero l’età matura è il momento dell’epifania, in cui qualsiasi cosa è in grado di rievocare una vita così lontana e diversa da quella attuale da non sembrare neppure la propria, da faticare a credere di averla vissuta.

Tra queste epifanie, una è al centro della poesia intitolata Vasca da bagno che ricorda l’alluvione di Firenze del 1966, vissuta dall’autore 25enne. Il particolare scatenante non ha nulla a che vedere con la famosa madeleine di Proust, ma è una più prosaica “traccia di grassa schiumetta grigia”. È tra le poesie che mi hanno colpito di più in tutta la raccolta, che sto ancora leggendo (mi mancano solo le liriche della finale Raccolta pagana, una vera e propria perla a sugello dell’intera opera). Due immagini, quella dell’alluvione e quella del bagno, che con pochi guizzi, in pochi fotogrammi dall’accostamento immediato e inaspettato, guadagnano una fortissima carica evocativa reciproca.

Ho letto questa poesia nei giorni in cui ricorreva il cinquantesimo anniversario dell’alluvione, se non proprio la sera stessa del 4 novembre, peraltro gli stessi giorni in cui l’Arno ha portato con sé una preoccupante piena. Lo avevo dimenticato. Me ne sono ricordato e l’ho scritto. Epifania?

Vasca da bagno

Malessere.

Diffuso malessere e accidia pungente

dominavano quei giorni di palpebre contratte.

Spesso, come a depurarsi, faceva un bagno,

ma quella sua traccia di grassa schiumetta grigia

che maculava la vasca al livello dell’acqua,

richiamava segni già visti con l’alluvione,

che aveva intriso muri e colonne

correndo sporca nelle strade,

depositando un maleodorante fango,

denso come il suo umore.

Piegò le spalle a quella visione,

parendogli la vita sempre più avversa,

e si asciugò con stizza.

Francesco Feola

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