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Domenica 19 Luglio 2026

RACCONTI DELLA DOMENICA — il Blog di Marco Celati

Marco Celati

MARCO CELATI ha lavorato e vive in Valdera, a Pontedera. Gli piace scrivere, ma non è uno scrittore. Solo uno che scrive.

L'archivio

di Marco Celati - Domenica 19 Luglio 2026 ore 08:00

Un amico, professore e storico, mi ha chiesto esistenza e notizie di un eventuale archivio del PCI di Pontedera. La sua nascita, la sua storia locale. Ho risposto che non sapevo e non ricordavo, che avrei chiesto ad altri più al giorno di me.

Nella sede di Palazzo Aurora, in largo Via Dante, dove ho “lavorato”, rammentavo due armadietti metallici da ufficio e uno scaffale con libri, faldoni e gialli. Chi raccoglieva e forse catalogava gli atti, aveva la passione della politica e dei Gialli Mondadori. Non c’era controindicazione o incompatibilità in tal senso nemmeno per i comunisti. Il custode catalogatore, pensionato, ex piaggista, comunista e giallista si chiamava Bruno Dolo: era più anziano, perfino più scorbutico di me e oggi è un caro ricordo. Erano i tempi del PDS. Quando l’Aurora, fu venduta, non c’ero già più. Non ho mai avuto voglia e coraggio di guardare dentro quei faldoni e non sono stato l’unico. Non solo, ma ho perso pure una mia raccolta di scritti e poesie, scomparsa nel gorgo dei cassetti, privando così la storia e la letteratura italiana di spunti promettenti. Si sarebbe dovuta chiamare “Lettere dai palazzi suburbani”. Non possiamo nemmeno accampare la scusa dell’alluvione che sommerge e trascina via le memorie sovrabbondanti secondo un effetto malthusiano, perché stavamo al secondo piano, in largo Via Dante. E della vecchia sede del PCI in Piazza Belfiore non ho ricordi per averla frequentata pochissimo, se non per l’uso del ciclostile negli anni belli delle “rivolte” studentesche. Ricordo solo un busto di Stalin, -ha da veni’ baffone, ma anche no- rimpiattato in fondo ad un armadio, che scovammo e tirammo fuori suscitando le ire dei dirigenti, sia per aver ficcato il naso, sia per il busto. Era “archiviato” da tempo, ma avrebbe fatto la gioia del compagno Borciani che l’avrebbe sicuramente portato nella sua “dacia” in Garfagnana e fatto oggetto di una discutibile devozione. Ero giovane allora, nonostante ciò mi risulti incredibile, essendo io anziano di nascita.

Ci sarebbe anche un “archivio” sparso di memorie, costituito da opere, pubblicate e non, di compagni scomparsi, del PCI e non solo: Renzo Remorini, Enzo Paroli, Adriano Sartini, Mario Marianelli, Rigoletto Biasci, Francesco Petroni allora Sindaco di Calcinaia, Mauro Tosi ed altri che colpevolmente, scusandomi, dimentico. I compagni più avveduti assicurano che niente è stato buttato: ciò che aveva più valore è stato portato alla Federazione Provinciale e oggi la Fondazione “La Quercia” raccoglie e custodisce molti documenti. Andrebbero riprese queste carte e sentiti gli anziani, ma io non so più chi va e chi resta, chi è morto e chi vive.

Ci sono gli accumulatori seriali di ricordi che conservavano atti, delibere, volantini, cartelle assemblate e scomposte. Ma il nostro eterno presente da una parte sconfina nella memorabile memoria del passato e dall’altra mangia l’uovo in culo alla gallina dalle uova d’oro del futuro. E non consente ricostruzioni lineari. Quanto a me ho un’estesa conoscenza di nessuna cosa. E di niente che non abbia già dimenticato. Se fosse musica sarebbe un bandoneón. Sarebbe Oblivion di Astor Piazzolla. E l’oblio mi pare un accorto rifugio. Almeno non ho la supponenza di dimenticare quel proverbio che dice quando un clown entra in una reggia, non diventa un re, è la corte che diventa un circo”. I clown, i circhi, le corti e i re mi hanno sempre messo tristezza. E il mio tono è minore.

Anch’io vorrei avere un archivio delle date dimenticate, quelle dei miei cari, degli amici che se ne sono andati via presto. Un archivio delle anime smarrite, delle nascite e delle morti. Per non confonderli, per averne più cura, ora che sono come me, senza le distrazioni della vita. Poterne piangere, poterne ridere. La mancanza è la loro presenza. I morti, in fondo, sono come noi vivi. Solo non ci sono più. Sono spariti dall’archivio oppure sono io che tante cose non avevo capito e di altrettante mi sono scordato.

A volte penso che per vedere e fissare una cosa, una persona, un’immagine, occorra trovarsi nel punto preciso di vista e di osservazione. Di messa a fuoco. I vari strati che combaciano e compongono la figura, la fanno apparire per quello che è. In fondo un’illusione ottica, perché la vista si lascia spesso ingannare. Se ti sposti anche di poco a lato, oppure avanti o indietro, il punto focale si perde e l’immagine diventa scomposta o astratta. La vista da un punto dell’osservatore o il suo punto di vista condizionano ciò che vediamo o che appare, ciò che è o non è. Perfino i rumori si confondono. Confondono quello che sentiamo. Se ascolti senza vedere, il crepitare di una fiamma può sembrare lo scroscio di una pioggia. E se guardi senza sapere, senza la cognizione del tempo, ogni tramonto può sembrare un’aurora e viceversa. Perché anche i colori ognuno li vede con gli occhi che ha. Abito in un palazzo Fuordelponte che non si capisce: per qualcuno è verde, per altri è celeste o addirittura azzurro. Sono quei colori che sfumano, come il mare al largo. Nemmeno un’assemblea di condominio, appositamente convocata per dirimere la questione ai fini catastali -che saggiamente ho disertato- è stata risolutiva in proposito. E noi inquilini siamo rimasti preda dell’incertezza e divorati dal dubbio, finché la questione non è stata archiviata.

Ho avuto una discreta caduta ultimamente e mi sono ritrovato irrimediabilmente vecchio. Molto più di quando nacqui. Le scelte, le circostanze, la salute. E quant’altro. La vita ha di queste accelerazioni. Vorrei tanto scrivere un’ultima storia che termina come la scena madre di un film. Magari il Commissario Favati redivivo che dice a Pilar o a Dores: “Archivia tutto, tesoro. Quelli come te e me hanno un altro destino. La sola cosa che ci capita a volte è un po’ di fortuna ed è sempre lei che comanda. A noi non spetta il finale a cavallo verso il tramonto, ma ci è concesso vedere le stelle che sorgono. E allora, arrivederci, mia cara, e buona fortuna”.

Marco Celati

Pontedera, 19 Luglio 2026

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P.S. Il finale è estorto più o meno alla serie televisiva -in archivio, come i gialli del compagno Bruno- Dark Doves”, colombe nere. A dimostrazione che perfino fra le colombe, ce ne sono di bianche e di nere. Non importa nemmeno scomodare i falchi. E il riferimento conclusivo alla fortuna deve qualcosa al filmetto “La legge della notte” di e con Ben Affleck. Negli archivi dimenticati dellanima tutto si accatasta. Ringrazio Antonio P. e Paolo M. Loro sanno perché.

Oblivion”, Astor Piazzolla, 1982

https://youtu.be/dF-IMQzd_Jo?is=z8tf9CU6ZdWChVY_

Larcobaleno”, Adriano Celentano, musica di Gianni Bella, testo di Mogol, per Lucio Battisti, 1999

https://youtu.be/JH1FWM936Qw?si=zDyVinpLPyfXwEV_

Marco Celati

Articoli dal Blog “Racconti della domenica” di Marco Celati