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giovedì 14 novembre 2019

PAROLE MILONGUERE — il Blog di Maria Caruso

Maria Caruso

MARIA CARUSO - “Una vita da vivere” è il primo libro che ha scritto dopo aver visto il primo cielo a San Felipe in Venezuela ed aver fatto il primo ocho atràs a Pisa. E' in Italia dal 1977 e per tre anni ha abitato in Sicilia. Le piace raccontarsi e raccontare con le parole che le passano per la testa ballando un tango in milonga. Su Facebook è Marina de Caro

Diario di una tanghera

di Maria Caruso - mercoledì 06 novembre 2019 ore 12:45

Foto di: www.consigli.it

Per chi frequenta una scuola di tango è un rito, una tappa irrinunciabile. Possiamo tentare in cento modi di scappare, cercare strategie per non farlo, ma non c’è possibilità di salvezza. Ti toccherà farlo e fare buon viso a cattivo gioco. Quante di noi ci sono già passate? Tutte! Tutto comincia dopo qualche lezione di tango, o mesi, o anni ma è solo questione di tempo, poiché prima o poi, sarà: La mia prima milonga

Il terrore accende il mio sguardo, lo stupore per l’ambiente e, infine, il mio sguardo impressionato per chi è con me. Con serenità d’animo e, con un sorriso che pare più una presa in giro, qualcuno si appresta a dirmi: “Questa è la milonga. Bene andiamo a sederci per cambiarci le scarpe!” A me sembra più che una milonga un posto dove la gente sta seduta a chiacchierare senza considerarti più di tanto. Che ne sarà di me? Cosa ci faccio qui? E, non ultimo dei miei problemi: chi mi inviterà a ballare? Come si fa una mirada? E’ proprio necessario farla? 

Affranta e un po’ sconsolata mi guardo in giro. Poco a poco la stanza si riempie di altre donne, di altre facce come la mia, facce che non conosco ma che mi guardano con dolcezza. Come se con gli occhi mi dicessero: “Vedi? E’ toccato anche a me, ora tocca a te!” Che dolci, le donne! La maestra mi dice: “Non ti preoccupare poi ti abituerai!” Solo diversi anni più tardi capirò cosa la maestra volesse intendere e cioè che non solo mi abituerò a tutto questo ma anche al male ai piedi, agli strapazzi dei tangueros maldestri, alle notti in bianco, alle scarpe strette, ecc. Ma oramai era tardi, ero in milonga! 

Dopo qualche anno, cominciai la ricerca estenuante dell’uomo-tanguero-che-balla-con- te- a-scuola. Non crediate che l’impresa sia così facile: non si trovano a pagarli oro ed è più facile trovare marito, che un tanguero-che-abbia-voglia-di-allenarsi-con-te. Mi addentrai nello spirito milonguero annusando l’aria come i cani alla ricerca di un tanguero biocompatibile. La prima certezza che acquisii è che gli uomini si dividono principalmente in due categorie: quelli che annegano il loro ferormone in litri di profumo e quelli che invece lo soffocano con esalazioni nocive perché non hanno capito che serve prima il sapone. 

Ahimè a quel tempo non rispecchiavo il tipico canone di tanguera-che-sa-ballare. Non interessava a nessuno se una persona era carina e simpatica: ciò che contava è se sapevi o meno ballare! Se eri scosciata o no! E l’età! Ancora oggi mi stupisco, come pur non sapendo ancora ballare, qualche tanda riuscivo a farla. Il mio obiettivo primario era di ballare di più! E di imparare! Gli anni passavano e io, qualcosa in più imparavo a farla, ma i tangueros con gli stessi anni di ballo come me, cercavano sempre di ballare con tangueras più giovani, più belle, più carine, più brave e questo, come ultimo requisito e io ero ancora nel mezzo. 

Delusa da questo, decisi che mi sarei adeguata tuffandomi nella pratica del tango e mi dimenticai dell’ossessione di essere invitata a tutti i costi. Certo non è che loro, sentendosi trascurati, avessero deciso di cambiare lo stato delle cose invitandomi di più. Macchè: imperterriti continuavano a stare in questa strana milonga condominiale a equo tande meno eque per me che per loro. Insistevo per diventare sempre più brava ma non ero felice anche se adesso potevo vantarmi di avere un bel discreto numeri di ballerini che ballavano volentieri con me! 

Compresi che in realtà mi mancava il ballerino con cui allenarmi. Ricominciai la caccia. Erano già 10 anni che ballavo da sola, coi lupi… e pertanto la cosa diventava sempre più difficile poiché la maggior parte delle mie amiche-colleghe-tangueras l’avevano già trovato. Sfoderai le mie migliori armi: allegria, intelligenza, comprensione, sfacciataggine nel chiedere direttamente e pure le mie forme fisiche. Nel tango mi dicevo, deve per forza esistere, un-uomo-tanguero-che-si-voglia-allenare-con-te

Cominciai ad avere ammiratori e assensi da parte di tanti tangueros ma nessuno di loro aveva serie intenzione di allenarsi con me solo nel tango. Per allenami dovevo dare qualcosa in cambio! A quel punto decisi che non sarei scesa a compromessi! Avrei continuato a fare come fino ad ora e semmai un tanguero avesse desiderato allenarsi con me avrebbe dovuto chiedermelo senza altri secondi fini. Al momento il tanguero-che-balla-con-me non ce l’ho! Pace all’anima sua!

Maria Caruso

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