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lunedì 10 dicembre 2018

PENSIERI DELLA DOMENICA — il Blog di Libero Venturi

Libero Venturi

Libero Venturi è un pensionato del pubblico impiego, con trascorsi istituzionali, che non ha trovato niente di meglio che mettersi a scrivere anche lui, infoltendo la fitta schiera degli scrittori -o sedicenti tali- a scapito di quella, sparuta, dei lettori. Toscano, valderopiteco e pontederese, cerca in qualche modo, anche se inutilmente, di ingannare il cazzo di tempo che sembra non passare mai, ma alla fine manca, nonché la vita, gli altri e, in fondo, anche se stesso.

DIZIONARIO MINIMO: L'odio

di Libero Venturi - domenica 02 dicembre 2018 ore 07:00

Odi et amo è l'incipit e il titolo del carme 85 del poeta latino Catullo, che si chiamava Gaio Valerio e visse, senza saperlo, nel primo secolo avanti Cristo. Di tutto il suo Liber è forse il più noto epigramma, un componimento breve, una dedica. È composto da un solo distico elegiaco. Un distico sono due versi, esametro e pentametro. Elegia in greco significa “lamento”, anche funebre o forse deriva dal termine orientale del flauto, “elegn”, che accompagnava la recitazione. Come si dice lirica, che viene da “lira”. Non la moneta, lo strumento musicale che accompagnava i versi.

Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris./ Nescio, sed fieri sentio et excrucior. Odio e amo. Perché lo faccia, forse chiedi./ Non lo so, ma sento che accade e ne soffro. Che poi i latini scandivano e accentavano così: Òdi et a/mò. Con l’accento sulla “o”. Amò, come noi si dice per la terza persona singolare al passato remoto. Amò, per dire che ora non ama più. Catullo amò Lesbia e Lesbia lui, spesso e volentieri tradendolo, come spesso succede. Forse per questo Catullo provava odio ed amore. Si chiama coincidentia oppositorum. Coincidenza, ma forse diremo meglio, attenendoci al tema, attrazione degli opposti.

Vivamus, mea Lesbia, atque amemus,/ Rumoresque senum severiorum/ Omnes unius aestimemus assis, scriveva nel carme 5. Viviamo, mia Lesbia, e amiamo,/ e le chiacchiere dei vecchi più severi/ consideriamole quanto un soldo. Perché Catullo amava quel modo di amare, al di là delle convenzioni e del tempo. Per questo con i suoi versi, nemmeno in rima, grazie alla modernità dei latini, il suo amore è giunto fino a noi. E fino a noi è giunto anche quell’odio così indissolubilmente legato all’amore. È difficile esserne capaci. Voglio dire amare e odiare così fortemente. A volte i poeti e le donne sanno farlo. Sanno amare di più e per questo anche odiare di più. A parte Catullo, gran parte degli uomini, invece, è più facile che si accontentino della banalità del bene e del male. Ma le donne sono portatrici di vita, certi uomini invece procurano la morte. Una morte che viene dalla violenza e dall’odio. Dall’incapacità di comprendere e comprendersi oltre una maschilista pretesa di possesso.

L’odio, come l’amore, è un sentimento forte. Accomuna più dell’amore. Il nemico o la ricerca del nemico da contrastare ed odiare tengono desti i sensi e spesso trovano consensi. Nello stesso tempo isolano, incattiviscono l’animo umano, lo rendono animale, dimenticando che gli animali assecondano la loro natura, ma non per odio. E sono tante razze. Solo gli uomini, che pure sono una sola, sono capaci di generare odio per i propri simili, considerandoli diversi e nemici. Il razzismo è un male terribile, perfino superiore ad ogni ingiustizia, perché alimentato, non da condizioni economico-sociali, o non solo da queste, ma direttamente dall’odio e da un istinto primordiale di sopraffazione o di difesa. I regimi totalitari e dittatoriali, ancorché ispirati da aspettative positive come il comunismo, sono tutti terribili perché necessariamente si inverano sul predominio degli uni sugli altri, siano essi gruppi, classi o nazioni. È sempre meglio la peggiore delle democrazie della migliore delle dittature. Fra esse il fascismo e il nazismo hanno rappresentato le esperienze dispotiche peggiori perché, appunto, le sole basate sulla supremazia razziale. Una pulsione dura a morire nell’animo umano, che, non a caso, si presenta in maniera ricorrente nel corso della storia e ancora oggi, alimentando in maniera esponenziale spirali di odio.

Il verbo odiare, infatti, si coniuga in un crescendo dirompente relativo: io ti odio, tu mi odi, egli ci odia, noi vi odiamo, voi ci odiate, essi ci odiano. Questo esercizio si può fare con molti altri verbi, con amare ad esempio, ma la voce del verbo odiare fa più impressione. Perché solo l’uomo ha questa complessità: concepisce se stesso nel bene e nel male che spesso non sa distinguere oppure distingue in maniera manichea. Dal siriaco “Mani il vivente”, del 200 circa dopo Cristo, fautore di una dottrina che propugnava la radicale separazione del bene dal male, rivendicando dogmaticamente la dimensione del giusto, contrapposta all’ingiusto.

In realtà così non è. Tanto male è stato fatto in nome del bene, tanto odio è stato sparso in nome dell’amore. Perfino tanta empietà è stata commessa nel nome di Dio. Ciò vale per i credenti, religiosi o laici. Tuttavia, comunque la si pensi, le fedi sono un grande e visionario veicolo di bene e di amore. Le fedi trascendono la realtà imperfetta. Se però trascendono troppo, diventano costruzioni ideologiche che ingabbiano il senso del bene, ne fanno uno strumento assolutista e terribile, generando orrori. Diventano divisive, intolleranti e soverchianti. Per questo è forse preferibile un relativismo consapevole, né assoluto, né debole. Non dite mai “assolutamente sì” o “assolutamente no”. Sì o no è già sufficiente e assai impegnativo. Lasciate perdere l’assoluto.

Ci sono stagioni del rancore, tempi di disamore, epoche ingiuste di passaggio e di crisi come quella che viviamo. Adoprarsi affinché l’odio non prevalga e dilaghi in questo tempo che è nostro, sarebbe la missione degli uomini di buona volontà, dei giusti fra le nazioni e, più semplicemente, delle persone perbene o dei poveri diavoli come noi. Intanto che si avvicina il Natale. Buona domenica e buona fortuna.

Libero Venturi

Pontedera, 2 Dicembre 2018 

Libero Venturi

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